Regime di Solidarietà negli Appalti: Garanzia obbligo Retributivo

//Regime di Solidarietà negli Appalti: Garanzia obbligo Retributivo

Regime di Solidarietà negli Appalti: Garanzia obbligo Retributivo

2019-05-10T21:10:53+00:00Area Giuslavorista|0 Commenti

La previsione ex lege di una responsabilità da parte del committente per quanto riguarda le obbligazioni nascenti da una specifica prestazione di carattere lavorativo (nell’ambito del contratto di appalto) dell’appaltatore nei confronti dei dipendenti di quest’ultimo costituisce, in sostanza, una più ampia tutela dei diritti dei lavoratori dato che viene ampliato il numero di soggetti tenuti alla prestazione retributiva in caso di inadempienza del datore di lavoro.

L’estensione della garanzia in favore dei lavoratori dipendenti  è avvertita anche dal codice civile che, in realtà, già conteneva il riconoscimento di un’azione diretta nei confronti del committenti. Il tutto, in ogni caso, nei limiti dell’art. 1676 (“diritti degli ausiliari dell’appaltatore verso il committente”). Coloro, nello specifico, che hanno prestato la propria opera o servizio hanno la possibilità di presentare un’azione diretta contro il committente per conseguire quanto loro dovuto. Il tutto, ovviamente, nei limiti della concorrenza del debito che ancora il committente ha verso l’appaltatore nel momento in cui propongono la domanda. La norma del codice civile in analisi, come evidente, ha dei grossi limiti ed in più si riferisce soltanto alla prestazione contributiva non tenendo in alcun modo in considerazione l’aspetto previdenziale.  Una vera e propria rivoluzione si ebbe grazie al Decreto legislativo n. 276/2003 (sul quale il legislatore è intervenuto in molteplici occasioni) con  la “Riforma Biagi”.

L’introduzione di tale specifica tutela normativa, ovviamente, fa nascere delle difficoltà di contemperamento del regime di garanzia con le specifiche conseguenze che ne possono derivare in capo al committente. Bisogna tenere presente, infatti, che si tratta di una responsabilità in solido che è inerente ad un rapporto (appaltatore – lavoratore dipendente) in cui il committente è un soggetto estraneo e che, tra l’altro, ha limitatissime possibilità di verifica e controllo dello stesso. Viene ad instaurarsi un regime di solidarietà tra committente ed appaltatore per quanto riguarda le obbligazioni retributive e contributive dei dipendenti. Nella versione originale il Decreto Legislativo n. 276/2003 faceva riferimento soltanto ad appalti di servizi escludendo quelli di opere. Immediatamente tale limitazione sembrò essere, in sostanza, non razionale e, soprattutto, non costituzionale. Proprio per tale ragione il Decreto Legislativo 251/2004 apportava le dovute rettifiche alla normativa estendendo l’applicazione della nuova normativa (“salvo diverse previsioni dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da associazioni dei datori e prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative”) agli appalti di opere. Ulteriore passo avanti nell’ambito della tutela dei lavoratori nei contratti di appalto è avvenuto con la legge finanziaria 2007 (L. n. 296/2006 art. 1 co. 911) che ha introdotto numerose modifiche. Innanzitutto viene abolita la possibilità derogatoria riconosciute alla contrattazione collettiva e prolunga fino a due anni il periodo entro cui poter agire nei confronti del committente a pena di decadenza. Viene estesa, inoltre, la responsabilità del regime di solidarietà a cui è sottoposto il committente anche rispetto ai debiti retribuivi e contributivi degli eventuali subappaltatori.

ll D.L. n. 92/2012 convertito nella L. 35/2012 ha il merito di estendere l’obbligazione solidale alle quote di TFR maturate. Con la “Riforma Fornero” (L. n. 92/2012) ritorna in auge l’assegnazione della potestà derogatoria in capo alla contrattazione collettiva (riconosciuta, entrando nel merito, ai “contratti collettivi nazionali sottoscritti da associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative del settore”) attraverso la quale è possibile “individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti”. La normativa in analisi introduce il beneficio di escussione per il committente (da eccepire nella sua prima difesa) e l’azione di regresso (in realtà con scarsa ricaduta in termini di efficacia) nei confronti dell’appaltatore quando chiamato a soddisfare effettivamente le pretese creditorie dei lavoratori. 

Per quanto riguarda la normativa vigente al momento in cui sui scrive, l’art. 29 D.lgs n. 276/2003 dispone: “In caso di appalto di opere e servizi, il committente imprenditore o il datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contrato di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento”. All’interno del D.L. n. 25/2017, dunque, è stata eliminata nuovamente  la possibilità derogatoria della contrattazione collettiva e sono stati espunti il beneficio di escussione ed il diritto all’azione di regresso presenti nella “Fornero”. Viene meno, in questo modo, il carattere sussidiario che era stato di fatto assegnato all’obbligazione del committente. Allo stato attuale, dunque, il credito di lavoro può essere esercitato indifferentemente su ognuno dei soggetti senza che l’esigibilità nei confronti del committente sia subordinata  all’azione nei confronti del debitore originario. L’art. 9 co. 1 D.L. n. 76/2013 ha chiarito, tra l’altro, che la prescritta obbligazione solidale  incombe anche per le somme dovute ai lavoratori con contratto autonomo. Sempre il primo comma dell’art. 9, tuttavia, ha esplicitamente escluso l’applicabilità di tale disciplina ai contratti di appalto  stipulati dalle Pubbliche Amministrazioni. Per quanto riguarda l’operatività della normativa, quest’ultima è relativa ai trattamenti retributivi (intendendo per questi quelli effettivamente previsti e non solo sulla base dei minimi tabellari individuabili dal CCNL applicato) comprensivi di quote di trattamento di fine rapporto (da intendersi solo in relazione al contratto di appalto), i contributi previdenziali ed i premi assicurativi dovuti sulla base del periodo di esecuzione dell’appalto. E’ onere del lavoratore dimostrare non soltanto la sussistenza del rapporto di lavoro ma  anche e soprattutto l’ascrivibilità della prestazione resa in quel determinato appalto in forza del quale invoca la obbligazione solidale del committente. Vengono escluse dalla normativa in questione le somme dovute dal datore di lavoro a titolo di risarcimento del danno o d’indennità. La normativa attuale, in ogni caso, non pone nel vincolo di solidarietà le sanzioni civili che restano a carico esclusivamente del datore di lavoro. Molto importante è anche soffermarsi sulla durata temporale del vincolo di solidarietà in questione che, attualmente, è di 2 anni dalla cessazione dell’appalto. Tale previsione riguarda sia gli aspetti retributivi che quelli contributivi.

In conclusione, sembra al momento prevalere l’opzione più rigorosa di applicazione della normativa che, precedentemente, era stata attenuata con la possibilità derogatoria assegnata alla contrattazione collettiva.

 

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