Limiti alla confisca in via diretta di denaro

//Limiti alla confisca in via diretta di denaro

Limiti alla confisca in via diretta di denaro

Uno dei temi più dibattuti in giurisprudenza riguarda la possibilità di confisca delle masse monetarie presenti su un conto corrente nei casi di reati di carattere tributario e, nello specifico, consistenti nell’omesso pagamento delle imposte. Si dibatte, dunque, se tale tipo di confisca possa essere diretta oppure possa essere sottoposta ad un provvedimento di confisca “per equivalente” o “di valore“.

In linea di massima, secondo gli attuali dispositivi di legge in tema di reati tributari, può essere oggetto di confisca diretta il saldo positivo del conto corrente relativo e nella disponibilità del soggetto indagato alla scadenza del termine di adempimento dell’obbligazione fiscale fino alla concorrenza dell’esborso che sarebbe stato necessario per il pagamento dell’imposta. Tale massa liquida, infatti, costituisce il profitto derivante dall’illecito di omesso versamento rappresentando un risparmio di spesa conseguente al mancato pagamento dell’imposta.

A tal proposito è di grande utilità considerare il caso concreto di una sentenza del Tribunale di Teramo. Quest’ultimo, entrando nel dettaglio della situazione concreta, ha condannato l’imputata perché, nello svolgimento della sua attività di amministratrice delegata e sulla base dell’articolo 10-ter Decreto Legislativo n. 74/2000, non aveva corrisposto l’importo di più di 200.000 Euro che derivava dalla dichiarazione presentata nel 2007. Con lo stesso dispositivo, il Tribunale in analisi aveva disposto, oltre alla confisca delle somme di denaro presenti sui conti correnti e sui libretti nella disponibilità dell’imputata, anche la confisca di beni immobili. Va detto che la sentenza in questione è stata oggetto d’impugnazione. La Corte di Appello ha sentenziato che non bisognava procedere nei confronti del soggetto in quanto il reato era da considerarsi prescritto. Si revocava, tuttavia, il provvedimento di confisca limitatamente alla confisca dei beni immobili che venivano restituiti al proprietario. L’imputata decideva per l’ulteriore ricorso in Cassazione dato che le somme erano state sequestrate nell’agosto 2012 mentre il versamento dell’Iva sarebbe dovuto intervenire il 27 dicembre del 2008. L’obiettivo dell’imputata, dunque, era quello di dimostrare che le somme non provenivano dal reato. L’imputata, inoltre, ha eccepito anche esplicita violazione degli articoli 597 comma 3 e 603 comma 3 del codice di procedura civile sostenendo che, senza che vi fosse stata alcuna rinnovazione istruttoria, la Corte di Appello avrebbe riqualificato la tipologia della confisca diretta anche se il Tribunale, in fase iniziale, l’aveva classificata per equivalente.

Innanzitutto è fondamentale considerare che l’articolo 1 comma 143 della legge 244 del 24 dicembre 2007 ha esteso ai reati tributari l’istituto della confisca per equivalente (articolo 322-ter codice penale). Tale normativa ha trovato collocazione nell’articolo 12-bis del d.lgs 74/2000 che è stato inserito in tale corpo normativo dall’art.10 del d.lgs. 156/2015 il quale (al primo comma) dispone che “per uno dei delitti previsti dal presente decreto è sempre ordinata la confisca dei beni che ne costituiscono il prezzo o il profitto, salvo che appartengono a persona estranea al reato, ovvero, quando essa non sia possibile, la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo o profitto”. L’unico limite di confisca per equivalente consiste nella declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

L’orientamento della Corte di Cassazione (Cass. 26 giugno 2015, n. 31617) è molto chiaro. Il giudice, infatti, una volta dichiarata l’estinzione del reato per prescrizione può applicare (sulla base dell’art. 240 comma 2, n.1 del codice penale) la confisca diretta del prezzo o del profitto del reato. Il tutto sulla base di una precedente sentenza di condanna rispetto alla quale il giudizio per merito permanga inalterato rispetto alla sussistenza del reato, alla responsabilità dell’imputato ed alla qualificazione del bene da confiscare come profitto o prezzo del reato. Quando facciamo riferimento alla confisca diretta, infatti, non parliamo di un provvedimento avente carattere punitivo, dal momento che in tal caso che il patrimonio del reo non viene intaccato in misura superiore al pretium scleris, desunto direttamente dal fatto illecito e sul quale il soggetto passivo non ha neanche il diritto civilistico alla ripetizione, trattandosi di un negozio giuridico fondato su principi contrari alle norme imperative. Interviene, inoltre, un giudizio di pericolosità (ex art. 240 comma 2 c.p.) che si sostanzia in una conferma dell’antecedente giudizio di responsabilità. E’ necessario, comunque, provare che il reo abbia conseguito un vantaggio patrimoniale dal reato e che questo costituisca il profitto o il prezzo dello stesso.

A differenza di quanto avviene per la confisca diretta, la confisca per equivalente ha esplicito carattere sanzionatorio. La sua finalità principale, infatti, è quella di ripristinare la situazione economica antecedente alla condotta illecita del reo imponendo a quest’ultimo un sacrificio patrimoniale dello stesso valore a carico del responsabile. Da considerare, fra l’altro, che la confisca per equivalente non si rifà ad esigenze di prevenzione ed è, in sostanza, basata sul prezzo dell’illecito inteso sotto il profilo quantitativo.

La distinzione fra confisca diretta e per equivalente si sostanzia anche per il fatto che la prima è legata ad un nesso di casualità reato-profitto mentre, per la seconda, questa relazione diretta non è necessaria. Altro concetto importante in merito a tale tematica è quello di profitto che, per quanto riguarda i reati di tipo tributario, si verifica in qualsiasi vantaggio di tipo patrimoniale conseguito per consumazione dell’illecito assumendo anche il carattere di risparmio di spesa (mancato decremento del patrimonio di colui che non adempie all’obbligazione fiscale). Detto profitto, dunque, è confiscabile sia in via diretta che per equivalente. Per quanto riguarda il bene specifico del denaro, bisogna tenere presente che la sua confisca è sempre diretta. Il profitto monetario derivante da fatto illecito va a confondersi con le altre eventuali entrate del soggetto perdendo la sua identità. Pertanto sarebbe totalmente inutile ed inopportuno (sia dal punto di vista economico che di diritto) entrare in considerazioni relative all’utilizzo del denaro stesso. Come non rileva neanche chi effettivamente tenga in custodia tale somma di denaro. Elemento fondamentale, tuttavia, è il nesso di causalità fra reato e somma di denaro che deve necessariamente essere dimostrato.

Tornando al caso concreto analizzato in precedenza, si può osservare come venga ribadito che la confisca del denaro assuma carattere di confisca diretta e che, nonostante la funzione fungibile del denaro, sia fondamentale la dimostrazione del nesso di causalità fra reato e profitto e che, per esserci confisca diretta, deve essere una somma di denaro confluita sul conto corrente nel momento della commissione del reato stesso a meno che non si provi che tale somma di denaro sia confluita successivamente per perfezionamento del reato stesso. Quando invece si tratta di somme di denaro depositate in un secondo momento al perfezionamento del reato, non possono costituire oggetto di confisca diretta anche se, ovviamente, possono divenire oggetto di confisca per equivalente.

Il carattere sanzionatorio della confisca per equivalente, inoltre, pone in luce come debba essere sempre collegata ad una sentenza di condanna. La giurisprudenza ha rilevato, inoltre, che il provvedimento di confisca per equivalente non possa mai andare oltre il profitto del reato.

Un altro aspetto da evidenziare è quello relativo al sequestro preventivo con carattere funzionale alla confisca per equivalente. Questo è ammissibile solo nel caso in cui i beni non si trovino nella sfera patrimoniale e giuridica del soggetto. Nel caso di reati posti in essere dal legale rappresentante di un ente in favore dell’ente stesso, bisognerebbe utilizzare questo procedimento solo nel caso in cui il profitto non sia rinvenibile nella sfera patrimoniale della società in questione. Quindi il sequestro preventivo con carattere funzionale alla confisca per equivalente andrebbe attuato esclusivamente quando non possa essere posto in essere quello diretto sul profitto o prezzo del reato. La confisca per equivalente, inoltre, deve essere obbligatoriamente prevista nei casi di sentenza di condanna o patteggiamento senza che sia violato il diritto alla difesa del soggetto che può ricorrere nei modi previsti dalla legge.

In conclusione, è importante anche tenere in considerazione che (articolo 12 bis comma 2 D.Lgs n. 74/2000) “la confiscadiretta o per equivalente dei beni che costituiscono il profitto o il prezzo di uno dei reati tributari previsti dal decreto medesimo – non opera per la parte che il contribuente si impegna a versare all’Erario anche in presenza di sequestro”. Quando parliamo di impegno ci si riferisce ai casi di obbligo formalmente assunto dal contribuente fra cui rientra il caso di accordo raggiunto con l’Agenzia delle Entrate per il pagamento rateale del debito d’imposta. La locuzione “non opera” del testo normativo va letta, in ogni caso, non nel senso che la confisca non possa essere effettuata bensì che non venga adottata per quanto riguarda la parte coperta da tale impegno. Tale “confisca non operativa” sarebbe un provvedimento ablativo applicato ma non eseguibile non producendo effetti.

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